3 months ago
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ROMICS 2018: incontro con Martin Freeman Featured

Dal teatro al successo di Sherlock e Black Panther: l’attore inglese si racconta

Era uno degli ospiti più attesi della XXIII edizione del ROMICS e il primo a essere insignito del prestigioso Romics d’Oro che gli verrà consegnato oggi, durante la giornata finale della rassegna: stiamo parlando di Martin Freeman, il Dottor Watson di Sherlock, il Bilbo Baggins di Lo Hobbit, entrato di recente nell’universo Marvel interpretando Everett Ross in Captain America: Civil War e nel recentissimo Black Panther. Ma da Guida Galattica per Autostoppisti Fargo, sono tanti i personaggi ai quali l’attore inglese ha dato vita e che hanno lasciato il segno nel mondo del cinema e della TV.

Ne abbiamo parlato con lui ieri pomeriggio e abbiamo parlato anche di fumetti, teatro e del nuovo film che lo vede protagonista, Ghost Stories, che arriverà nelle sale italiane il prossimo 19 Aprile.

Sei ospite del ROMICS, una rassegna dedicata ai fumetti, al cinema e ai videogiochi: cosa ti piace di questo tipo di eventi?

«Sono divertenti e per un attore è un bellissimo spettacolo da guardare: è una continua onda di colore e travestimenti folli. Ci sono costumi ricchi di dettagli e crearli è un vero e proprio impegno, che nasce dall’entusiasmo delle persone.»

 

Quello dei fumetti è un mondo per cui hai sempre provato interesse?

«Diciamo che sono cresciuto con alcuni fumetti britannici per ragazzi: mi vengono in mente The Beano, The Dandy, Wizzer & Chips, che mi pare siano stati pubblicati fino ai primi anni ‘90. Mi piacevano anche 2000 A.D., Judge Dredd e le graphic novel, conoscevo i supereroi “di lusso” del mondo Marvel e DC, ma non ero molto competente in materia. Sono entrato in contatto con quei personaggi in modo casuale, ma non ero un fan.»

 

Hugo Weaving è stato definito “Re dei Nerd”, per via dei ruoli che ha scelto nella sua carriera. Sembra che tu stia prendendo la stessa strada e la definizione potrebbe star bene anche a te. Che dici?

«Sarei felice di essere re ovunque! Per me si tratta di una serie di coincidenze, visto che alcuni dei film e delle serie TV che ho fatto sono diventate “di culto”. Ma penso che le definizioni di nerd e geek siano diventate mainstream: quando io ero ragazzino, essere definiti così, equivaleva a essere messi da parte. Adesso i nerd e i geek dominano il mondo, fanno parte della cultura popolare, del cinema e della televisione. Non sono mai stati così forti e, se mi riconoscono come il loro re, allora sono un uomo potente! Ma sono un re dei nerd per caso, perché mi sono sempre avvicinato solo alle storie dalle quali mi sentivo attratto.»

 

Ci sono progetti televisivi nei quali sei stato coinvolto sin dall’inizio, come Sherlock, Fargo e StartUp, ma anche film come Black Panther, che possiamo considerare un frammento di una mega serie Marvel nella quale sei entrato molto tempo dopo l’inizio. C’è una differenza di approccio a questi due filoni?

«Sì. Ho pensato anche a Lo Hobbit: anche in quel caso, la sensazione è stata quella di salire su un treno fantastico che era già partito. In serie come Fargo e Sherlock, parti da zero: nessuno sa se il progetto sarà un fallimento o meno, come reagiranno le persone e, in un certo senso, contribuisci al processo creativo. Anche Lo Hobbit, Black Panther e Captain America avrebbero potuto essere dei flop, ma quei film hanno già un pubblico e lo sai da subito. Nel caso di Fargo, era il film dei fratelli Cohen ad avere un pubblico, ma farne una serie era un rischio. È andata bene, l’entusiasmo delle persone è stato gratificante. Diciamo che, se entri in una saga di successo già avviata, ti limiti a sperare che la gente ami il tuo personaggio. D’altronde, Black Panther sarebbe stato Black Panther anche senza di me.»

 

Hai progetti teatrali in cantiere?

«Sì. Il teatro è qualcosa a cui mi dedico a intermittenza, ma vengo da quella scuola ed è un mondo al quale mi sento legato. Quattro anni fa, a Londra, ho recitato nel Riccardo III diretto da Jamie Lloyd e presto vorrei tornare a fare qualcosa con lui.»

 

Sei nel cast di Ghost Stories, un thriller soprannaturale che uscirà il 19 Aprile: il film è scritto e diretto da Jeremy Dyson e Andy Nyman e nasce proprio da una pièce teatrale. Com’è stata questa esperienza?

«Deliziosa, perché il film è un po’ diverso dalla pièce e perché ero nelle mani degli stessi autori e registi che l’hanno creata e diretta. Questo film è stato una delle cose più belle che ho fatto negli ultimi vent’anni: Dyson e Nyman sono due grandi fan dei film horror e, tutti noi, siamo cresciuti guardando gli stessi film dell’orrore britannici. Aggiungo che ci sono stati dei momenti davvero spaventosi, perché gli effetti speciali non sono frutto della post produzione ma erano creati dal vivo sul set. Io interpreto un personaggio che si chiama Mike Priddle: quando lo vedrete spaventarsi è perché io mi sono spaventato sul serio.»

 

Che rapporto hai con il soprannaturale? Credi ai fantasmi?

«Credo nella possibilità che gli spiriti si manifestino, mi sembra più interessante crederci che non farlo. Ovviamente, non ho la certezza che i fantasmi esistano, ma non posso dire il contrario. Penso di essere l’unico non ateo tra le persone che conosco: sono felice di entrare in una chiesa, accendere una candela, pregare e non sto facendo dell’ironia. Magari non posso definirmi incredibilmente religioso, ma sono aperto alle possibilità. L’esistenza dei fantasmi, da questo punto di vista, è quasi logica. Quello che non mi piace è lo sfruttamento del soprannaturale, come quelle persone che ti dicono che stanno parlando con lo spirito della tua defunta nonna e poi ti fanno pagare. Questo mi mette a disagio. Credo che i fantasmi siano una possibilità e mi piacciono le storie che li riguardano: abbiamo ancora bisogno di raccontarcele.»

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