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Rupert Everett presenta The Happy Prince Featured

Rupert Everett presenta The Happy Prince Rupert Everett © Silvia Gerbino

L’attore inglese interpreta l’ultimo Oscar Wilde nel film che segna il suo debutto alla regia

Uscirà il prossimo 12 Aprile, per Vision Distribution, The Happy Prince, il film che segna il ritorno di Rupert Everett sul grande schermo e, soprattutto, il suo debutto alla regia. L’attore inglese interpreta Oscar Wilde e racconta gli ultimi anni della sua vita: nella stanza di una modesta pensione parigina, a pochi giorni dalla sua morte, l’autore ricorda il suo passato attraverso una sorta di sogno. Wilde ripensa con malinconia alle passioni che l’hanno travolto e distrutto, alla società inglese che lo ha prima idolatrato e poi condannato per via della sua omosessualità: rivive la sua fatale relazione con Lord Alfred Douglas, il rimorso nei confronti della moglie Constance (gettata insieme ai figli nello scandalo), l’amore devoto di Robbie Ross e l’affetto del suo amico Reggie Turner.

The Happy Prince è un ritratto elegante e appassionato di Wilde di cui Rupert Everett coglie il lato più intimo, interpretandolo magistralmente. Abbiamo incontrato l’attore inglese questa mattina in occasione dell’anteprima romana di The Happy Prince.

In questo film interpreti un trasgressivo Oscar Wilde, ma a breve sarai un monaco inquisitore nel nuovo adattamento per la TV de Il Nome della Rosa: sono queste le due facce di Rupert Everett?

«Recitare due ruoli così diversi era una grande opportunità, ma voglio ricordare che Oscar Wilde era un personaggio molto religioso, ha scritto delle cose incredibili su Gesù Cristo. In fondo, questi due personaggi hanno qualcosa in comune. Solo che l’inquisitore di Umberto Eco è molto più cattivo.»

Hai recitato questo ruolo in teatro e hai fatto altri due film tratti da Wilde: com’è nata questa passione?

«Ho scritto la sceneggiatura di questo film 10 anni fa ed è stato difficilissimo trovare i fondi. Quando lavori in un mondo come quello del cinema, che è aggressivamente eterosessuale, essere gay significa dover negoziare e spesso finisci per scontrarti contro un muro. In questo senso Oscar Wilde è stato una forte ispirazione nel corso della mia carriera: ho letto praticamente tutte le sue opere, incluso il suo epistolario. Oggi le cose sono un po’ diverse, in passato c’era un’altra situazione: essere giovane negli anni ’70, com’è successo a me, non era una cosa facile. In Inghilterra l’omosessualità è diventata legale nel 1968.»

The Happy Prince è un film con aspetti teatrali e riferimenti pittorici: a quali artisti e opere ti sei ispirato?

«Avevo in mente sin dall’inizio le fotografie di Brassaï, che ha ritratto delle scene di Parigi nella foschia, ed è stato importante: non ho avuto modo di girare lì, ma in Germania e Belgio quindi ho dovuto ricreare certe atmosfere. Per le scene nei bar ho pensato a Monet, Toulouse-Lautrec e sì, ci sono anche aspetti teatrali: tanti sipari che si aprono e si chiudono. In fondo Oscar Wilde era un personaggio teatrale quindi lo è anche il mio film.»

Hai scelto dei tagli molto particolari in qualità di regista, ci sono molte inquadrature dal basso. Come mai?

«Al livello stilistico volevo che la mia regia somigliasse a un incontro tra Luchino Visconti e la televisione a circuito chiuso, un qualcosa che fosse costruito ma che, allo stesso tempo, ricordasse la camera a spalla. Ho pensato anche ai film dei fratelli Dardenne: loro fanno in modo che il personaggio stabilisca un rapporto con la macchina da presa, guardando in camera, e poi lo fanno allontanare per seguirlo. Lo trovo fantastico, perché spesso ti ritrovi a guardare il personaggio di spalle, che è una cosa molto realistica.»

Oscar Wilde è stato attaccato e isolato a causa della sua omosessualità, ma ricordiamo che era un irlandese, fuori dall’establishment britannico, che dileggiava un certo tipo di società: gli inglesi non gli hanno perdonato neanche questo?

«Ovviamente è così. Non bisogna dimenticare il fatto che fosse irlandese e che osservava l’Inghilterra da un punto di vista “straniero”, almeno quanto quello di un francese. Ma ricordiamoci che era anche uno snob e l’incontro con Lord Alfred Douglas, che era un nobile inglese, è stato per lui un evento eccezionale. Da un punto di vista politico è stato Wilde ad attirare a sé la tragedia e lo scandalo: è stato lui a portare Lord Queensberry in tribunale e non il contrario. Aggiungo che era diventato talmente famoso da aver perso completamente la percezione del mondo che lo circondava: si aspettava che fosse ritagliato su di lui ed è questo che lo ha distrutto.»

Perché hai deciso di raccontare solo l’ultima parte della sua vita?

«Perché è una delle storie più romantiche del XIX secolo. Amo l’ultimo decennio di quel periodo, la Belle Époque e trovo fantastico questo vagabondo della letteratura che insieme a Verlaine, un altro grande genio, subì l’ostracismo della società. Entrambi si ritrovarono per le strade a elemosinare qualcosa da bere a chiunque.»

Nel film Wilde si identifica più volte con il Cristo, con la sua agonia e il suo sacrificio: gli aspetti religiosi sono il frutto di una consulenza o fanno parte della tua vita?

«L’identificazione nasce direttamente da Wilde, basta pensare al De Profundis che è un testo che anche la Chiesa dovrebbe leggere. Poi c’è il fatto che Wilde avrebbe potuto evitare il carcere e non lo ha fatto: forse in questa pena vedeva un’opportunità di rinascita, una resurrezione che somiglia a quella di Cristo. Per quello che mi riguarda sono stato cresciuto come cattolico.»

Quanto c’è di ancora attuale in questa storia?

«La storia di un uomo che viene distrutto in quanto omosessuale è, purtroppo, ancora di attualità: penso alla Russia, all’India, alla Giamaica alla Cina. E non è finita, perché l’avvento dell’UKIP in Inghilterra e della Lega in Italia, dimostra che l’atteggiamento omofobo sta diventando sempre più pericoloso: aumentano i suicidi tra i ragazzini, la città di Genova si è rifiutata di dare sostegno al Gay Pride. Tutte queste azioni sono preoccupanti e, come minoranza, dobbiamo fare attenzione. Io, come artista, devo essere vigile e attivo.»

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